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Tennis: Australian Open Murray rimonta e batte Kokkinakis

Alle quattro del mattino di Melbourne, dopo 5 ore e 45 minuti di tennis stupendo e resistente, Andy Murray vince l’ultima battaglia, la più ampia della sua infinita carriera da ex-numero 1 al mondo e oggi anche più nobilmente campione di fatica: 4-6 6-7 (4) 7-6 (5) 6-3 7-5. Dopo la storica finale 2012 Djokovic-Nadal, è il secondo match più lungo nella storia dell’AusOpen.

Giù il cappello. Così, con l’aplomb dei baronetti di Sua Maestà, dall’altra parte del mondo, alle quattro del mattino di Melbourne, dopo 5 ore e 45 minuti di tennis stupendo e resistente, Andy Murray s’è tolto il cappello, stringendo la mano all’enfant du pays, al fratellino di Kyrgios, a Thanasi Kokkinakis.
Sir Andy Murray ha vinto anche questa battaglia, la più lunga della sua infinita carriera da ex-numero 1 al mondo e oggi anche più nobilmente campione di fatica: 4-6 6-7 (4) 7-6 (5) 6-3 7-5. Dopo la storica finale 2012 Djokovic-Nadal di appena 8 minuti in più, è stato il match più ampio nella storia dell’Australian Open. Perché Murray è il simbolo di una carriera di rimonta e resistenza, un campione di fatica che s’è spinto oltre ogni limite per battere tutti i più grandi.
È stata una notte d’estate di quelle che non molli mai, a Melbourne, sul campo illuminato della Margaret Court Arena. È stata una partita di tennis magnifico, alternativo, logorante. Un giorno immenso d’immenso amore per lo sport. È stata la partita più lunga di Thanasi Kokkinakis e anche per Andy Murray a quasi trentasei anni, con una protesi di rivestimento all’anca, dopo le 4 ore e 49’ di lunedì con Berrettini. È stata una partita che finirà sugli annali dell’Australian Open con le seguenti coordinate: 4-6 6-7 (4) 7-6 (5) 6-3 7-5. È stata una partita infinita quella che l’infinito Andy Murray ha vinto stasera o stamattina, oltre i confini del tempo.
Senza soluzione di continuità e senza Kyrgios, Melbourne tifava per il fratellino Kokkinakis (fino al settimo game del quinto set, quando Thanasi s’è aggrappato al servizio per cancellare 4 palle break, di cui 3 consecutive da 0/40), ma alla fine c’è stata l’ovazione di un pubblico coloratissimo per il giorno di Murray, dell’ultima rimonta e dell’ultima volta (chissà) che sfianca il suo corpo, che getta il cuore oltre la rete. Perché tutti i tennisti della sua generazione hanno maledetto Federer, Djokovic, Nadal. Lui ha invece trionfato (due volte) a Wimbledon, ha vinto gli US Open, la Coppa Davis, due medaglie d’oro alle Olimpiadi, le Finals, 14 Mille, 45 tornei ATP. Ha giocato cinque finali a Melbourne e una al Roland Garros. Sempre s’è scontrato coi tre mostri, spesso ha perso ma tutti li ha battuti: 11 volte Federer, altrettante Djokovic e 8 erano finali, 7 volte Nadal.
Per farlo s’è spinto oltre ogni limite. Per rifarlo doveva diventare il migliore difensore del tennis moderno, alzare un muro di grafite da fondo campo. Perché lui è stato il quarto dei Fab Four, era come Ringo Starr e detto poco. Era inglese quando vince e scozzese se perde. Come dopo la sua prima finale a Wimbledon, respinto da Federer l’8 luglio 2012, s’è sciolto in lacrime giurando al suo pubblico che ci avrebbe provato e riprovato. Due mesi dopo, all’epilogo di Flushing Meadows, s’è detto che non avrebbe perso un’altra finale, che era proprio ora di vincere il primo slam. Senza il rovescio (né tutto il resto) di Federer, senza il raggio protonico di Nadal, senza le accelerazioni di Djokovic, dove non ha vinto, Andy Murray è arrivato fino in fondo.
È stato il numero 1 e oggi lo è per la sua straordinaria umanità, per la sua stoica resistenza, con il sorriso e la commozione di tutti, i due set rimontati da 4-6 6-7 3-5, le corse in ogni angolo, le smorfie e gli occhi al cielo. Ce li ricorderemo per sempre come il simbolo della grande carriera di un grande campione. Senz’altro il più grande difensore del tennis moderno.